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Come camaleonti davanti allo specchio nasce dal volto e dalla memoria di Federico, detto Miro. Nato a Budagne, di origini slave, da bambino lavora in miniera. Deportato dai nazisti a Dachau, dopo la liberazione raggiunge il campo profughi di Aversa, dove resterà per oltre trent’anni, internato in manicomio.
Negli occhi di Federico convivono memoria e luce. Alla chiusura del manicomio viene trasferito in un “istituto”, un altro lager, finché solo negli ultimi anni della sua vita trova finalmente un luogo e una comunità in cui esistere: la comunità “Alberto Varone”, a Maiano di Sessa Aurunca.
Questo libro non racconta direttamente la vita di Federico, ma prende avvio da un gesto minimo e poetico: il suono di una foglia portata alla bocca, una melodia che costruisce orizzonti di città invisibili. È da qui che nasce un viaggio donchisciottesco, in sella a una fragile cavalcatura di carta e inchiostro.
Il racconto si fa così cartografia di spazi altri, di eterotopie, di luoghi abitati da chi, per sopravvivere, è costretto a farsi camaleonte davanti allo specchio. Ma la rifrazione della luce non basta a lenire la fatica della mimesi, della contorsione, della perdita di sé.
L’ultimo specchio è la Parola: riflette i narratori e, se lo si vuole, anche il lettore. È un cammino che invita a riconoscere le proprie ferite, a riprendere il viaggio dal vulcano fino al mare, cercando la mano dell’amico, del compagno, del fratello, per restare nello sguardo e trovare riparo, ciascuno, nella propria fragilità.